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L'intervista di MINI Space a Joachim Trier, regista del film

Il film di debutto di Joachim Trier, Reprise, che narrava delle vite divergenti di due migliori amici diventati scrittori professionisti, è stato osannato tanto dalla critica quanto dal pubblico e ha aperto allo sceneggiatore/regista le porte dell'universo mondiale del cinema. Il secondo lungometraggio di Trier, Oslo, August 31 racconta la storia di Anders, un giovane ragazzo tormentato che tenta di reinserirsi nella società dopo una lunga cura di disintossicazione dalla droga. Trier stesso definisce il film “un road movie a piedi” e segue Anders mentre attraversa la città di Oslo durante l'ultimo giorno dell'estate. Il film è stato presentato in anteprima a Cannes e si è assicurato un prestigioso percorso nel circuito dei festival cinematografici internazionali quali il Sundance, il Toronto International Film Festival di e, di recente, il New Directors/New Films. Il co-protagonista di Reprise, Anders Danielsen Lie – che di professione fa davvero il medico – torna sul set di Oslo per offrire una performance coraggiosa e raffinata di cui ogni attore andrebbe fiero. Trier e Eskil Vogt, co-sceneggiatore, lavoreranno in seguito a un film americano intitolato Louder Than Bombs; Trier spera di dare inizio alle riprese questo autunno, ma si rifiuta di rivelare il legame con il famoso album omonimo dei The Smiths.

Joachim Trier
Joachim Trier, sceneggiatore e regista

Reprise è stato un film molto personale. Come è iniziato il tuo processo di ricerca di materiale nuovo?

Joachim Trier Anders Danielsen Lie – "Oslo, August 31"

Dopo Reprise ho preso in considerazione alcuni progetti, letto molti copioni e scoperto che c'erano molte storie che avevo voglia di raccontare e raccontarmi. Quindi ci è voluto del tempo e alla fine abbiamo, io e il co-sceneggiatore Eskil Vogt, scritto un altro copione tra i due film. Successivamente ho avuto l'opportunità di ricevere finanziamenti per fare un film norvegese, purché fossi riuscito a realizzarlo in un anno. Quindi abbiamo cercato idee che potessero essere scritte velocemente e abbiamo capito che questa era quella giusta. La storia si basa su un romanzo francese del 1930 (Fuoco Fatuo di Pierre Drieu, La Rochelle). So che sembra strano basarsi su del materiale così datato, ma la storia è veramente senza tempo e c'è qualcosa in quel personaggio che abbiamo pensato di poter ambientare in un contesto norvegese moderno. Speriamo che venga compreso e che risulti attuale. È strano partire da un libro scritto nella Francia degli anni '30 e finire col creare qualcosa di molto personale basato sul tipo di persone che conosci oggi.

È stato difficile quindi aggiornare il materiale?

Come dicevo prima, credo che ci sia qualcosa di senza tempo in quel personaggio. È un uomo di bella presenza e di talento, a cui vengono offerte molte opportunità, ma si vergogna e si sente alienato. È in conflitto con tutte le opportunità che non ha saputo cogliere e con le cose che non è riuscito a concludere. Il tema dell'ambizione e il sentimento di devastazione che prova per non essere in grado di vivere all'altezza delle sue aspirazioni è un argomento molto attuale secondo me. È un aspetto che noto indubbiamente nella vita di molte persone, ma credo anche che sia umano e duraturo, in un certo senso.

Come hai convinto Anders, che di professione è un dottore, non un attore, a tornare sul set per girare questo film?

Joachim Trier Anders Danielsen Lie

Già, in questo momento Anders lavora come chirurgo a Gjøvik, una cittadina della Norvegia a circa due ore di macchina da Oslo. In realtà non è stato così difficile convincerlo a tornare a recitare. Credo che avesse voglia di provare ma che la decisione sia scaturita dal contenuto o dall'argomento del progetto. Non è uno di quelli che dicono solo “Oh, questo sì che è un gran personaggio”. Vuole davvero entrare a far parte del processo creativo e aiutare a capire i temi che esploriamo. Lo abbiamo invitato a cena e gli abbiamo proposto di cimentarsi nel ruolo e, come ho spiegato in occasione dell'anteprima a Cannes e molte altre volte, sono convinto che lui abbia portato il peso del film sulle sue spalle. Lo abbiamo scritto per lui e se non avesse accettato, non so se avremmo fatto il film.

La sua non è una parte facile. Non solo l'argomento e alcune delle cose che gli sono state chieste di fare sono difficili. Nonostante ciò lo possiamo ammirare in quasi tutte le scene.

È vero, ma lo conosco personalmente da Reprise e sapevo che in lui si nasconde l'abilità di esplorare le cose in profondità. Un pregio di Anders è che, da un certo punto di vista, si prepara a recitare secondo il metodo Stanislavskij. Fa ricerche approfondite. Si è recato sotto copertura alle riunioni dei Narcotici Anonimi. Ha parlato con degli psichiatri e persino con alcuni miei vecchi amici che hanno affrontato questo tipo di dipendenza. Ha setacciato minuziosamente l'ambiente. Ma, allo stesso tempo, sul set si sente molto libero ed entra facilmente nella parte. Certi giorni fa affidamento alle sue ricerche. In altri, invece, è molto istintivo e sperimenta per vedere se una determinata cosa funziona. È probabilmente la sua più grande qualità, non è dogmatico.

Come scegli le colonne sonore dei tuoi film? So che in Reprise la musica era basata direttamente sulla vita dei personaggi, mentre in Oslo la scelta sembra più associativa.

Joachim Trier "Oslo, August 31"

Sì, è vero. In Reprise c'era il significato implicito dei testi dei Joy Division e il riflesso della storia di Ian Curtis, ma tutto ciò è stato prima dell'uscita di Control, quei miti del ragazzo membro di una band che è una sorta di genio, incapace però di sopravvivere o vivere la vita normale e sopportare la sua paradossale devastazione. Usare quindi i Joy Division, e poi i New Order, nel film è una scelta proprio adatta a Reprise e in qualche strano modo è anche la storia di una cultura punk norvegese. Ma con Oslo è stato diverso. Hai ragione, è il frutto di un processo più associativo, emotivo, come se fosse la scelta di ciò che si adatta meglio a quel momento preciso. Come nella scena in cui si sente una canzone della pop band A-Ha quando Anders arriva in città... è difficile razionalizzare il modo in cui tali scelte vengono fatte, ma credo che nell'ideale funzioni su più livelli. Volevo che ogni singola traccia usata in Oslo assumesse un significato. Che sia suonata al pianoforte o ascoltata durante una corsa in taxi o ancora come sottofondo a una festa, volevo che la musica fosse non solo diversa da un punto di vista sociologico ma soprattutto emotivamente toccante. È molto facile realizzare un film e distruggere le immagini enfatizzando eccessivamente un'emozione, quindi bisogna sempre cercare di mantenere un certo equilibrio tra ciascuna scena. 

Mi è sempre piaciuto il fatto che costruisci i tuoi film con una forte struttura narrativa, che tuttavia lascia spazio all'improvvisazione e a piccoli momenti spontanei. È il modo in cui preferisci lavorare?

Credo nel detto “la fortuna aiuta gli audaci”. Il film è stato girato più o meno nello stesso modo in cui è stato scritto, fermo restando – e ne sono convinto – che ogni deviazione deve consentire di tornare al punto inizialmente previsto. È strano come a volte sciogli un po' la scena con gli attori e fai ciò che Anders e io abbiamo battezzato “la ripresa jazz”: ti attieni alla struttura dell'accordo, ti attieni più o meno allo spartito ma cerchi di fare qualcosa di leggermente diverso e, all'improvviso, si assiste ad una rottura o ad un cambiamento nella scena e il risultato si rivela migliore o si ottengono momenti inaspettati rispetto a quanto ci si attendeva. Quindi penso che controllare il caos è una delle dinamiche con le quali si gioca di continuo nel cinema. Un altro esempio è quando crei una ripresa complessa ed elaborata con movimenti della telecamera perfettamente definiti, ma girare in una città come abbiamo fatto, con le persone che camminano nell'inquadratura o continui imprevisti... ci sono sempre problemi tecnici, ma cerco di mantenere uno stile molto personale e attuale nella mia arte. Questo è il mio ideale, perlomeno quando lavoro: cercare di unire una certa raffinatezza old style, che ammiro e cerco ancora di imparare (voglio dire, ho fatto solo due film) con qualcosa che aderisca molto bene alla pelle del personaggio, assumermi dei rischi e non cadere in stereotipi. Essendo cresciuto con la cultura di strada dell'hip hop e del punk, mi sento in dovere di rappresentare le cose che ho imparato dalla mia stessa vita.

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