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Il racconto di due città – Giancarlo De Carlo a Urbino

Da: rome, Italy a Urbino, Italy
 
Il racconto di due città – Giancarlo De Carlo a Urbino
 
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Report della missione

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La specificità che caratterizza Urbino è quella di essere stata la prima sede universitaria ad essersi aperta ad un'utenza di massa fornendo le agevolazioni sociali e strutturali necessarie per garantire l'afflusso e la permanenza di studenti. La presenza di un grande numero di studenti in una realtà urbana di dimensioni ridotte, resistente all'evoluzione metropolitana poiché incastonata in una dimensione storica e architettonica saldamente ancorata alla struttura e ai confini rinascimentali, hanno fornito i presupposti per il progetto di una comunità accademica. La condizione tendenzialmente paritaria di docenti e studenti, inseriti in una dimensione urbana aperta alle possibilità di incontro e di scambio extra accademico, è uno dei capisaldi del progetto dei collegi. Da qui deriva la caratterizzazione degli spazi integrati, la sovrapposizione quasi totale di spazio privato e spazio dedicato all'attività accademica, la penetrazione dello spazio pubblico fino all'uscio del posto-letto. I collegi universitari sono stati pensati come un'immensa piazza, ambienti comunitari, contenitori di possibilità di condivisione totale dell'esperienza. Per l’architetto, i collegi avrebbero dovuto essere una risorsa per tutta la città, un luogo da frequentare dall'esterno. Dalle interviste svolte abbiamo trovato punti di vista differenti riguardo l’uso dei Collegi, c’è chi ha osservato che il regolamento è troppo rigido: la nevrosi collettiva per la sicurezza ha ridotto al minimo gli spazi di socializzazione e non si possono più utilizzare i collegi per la vita collettiva e con il pretesto della lotta all'abusivismo, l'amministrazione invade la vita privata dello studente attraverso le agenzie di vigilanza. Poi, abbiamo trovato chi sostiene che rispetto alla seconda metà degli anni novanta i collegi si sono svuotati e che fino a pochi anni fa gli spazi comuni dei collegi erano vissuti come spazio di incontro e condivisione, mentre oggi è diventato molto più difficile ottenere l'accesso ai locali comuni per l'organizzazione di qualsiasi tipo di iniziativa. Ampie zone dei collegi, come per esempio l'anfiteatro del tridente, sono da anni inutilizzati, poiché non ne viene autorizzato l'utilizzo dall'amministrazione. De Carlo proponeva per Urbino un’immagine di città-tessuto in cui studenti e cittadini fossero integrati in maniera continua, cosa che è poi venuta a mancare con la creazione di nicchie ecologiche abitate da un unico tipo di popolazione; gli stessi collegi che nella prima idea erano immaginati come una città ideale in miniatura che fungesse da punto di contatto e di amalgamazione fra universitari e residenti sono venuti ad assolvere solo una funzione particolaristica, sbilanciata in una sola direzione. È stato molto interessante stare a contatto con una realtà universitaria differente dalla nostra, caratterizzata dal fatto che essendo una piccola città gli studenti hanno modo di incontrarsi con più facilità rispetto ad una metropoli come Roma, in cui le distanze sono molto più grandi. Elena Magni, Stefania Ricciu
 
 

Brief iniziale

In che modo una nuova architettura influisce su una città medievale?

 
È difficile che una vecchia cittadina sviluppi una nuova personalità, specialmente dopo che l'UNESCO in persona le ha appiccicato l'etichetta di "Patrimonio dell'Umanità", un riconoscimento che nel bene o nel male può limitare il processo di crescita di una città. Tuttavia, gran parte del centro di Urbino è stato ridisegnato dall'architetto Giancarlo De Carlo, dal finire degli anni '50 in poi. La città incarna due città diverse, che coabitano in simbiosi, una dentro l'altra. Oltre ad essere la città natale di Michelangelo, Urbino vanta un'architettura rinascimentale e un castello, elementi che rendono delicato – e a volte discutibile e discusso - il compito di rimodellarla. L'intervento più massiccio, e che ha riscosso più successo, di De Carlo è stato il campus dell' Università Carlo Bo, costruito per integrarsi al meglio colle colline che circondano Urbino. Ma i suoi progetti per la città furono rifiutati in blocco, dopo che le pesanti critiche del solito, polemico Vittorio Sgarbi, che puntavano il dito contro il progetto dell'osservatorio, che avrebbe rovinato il Palazzo Ducale. Al di là delle critiche del sempre ottimo Sgarbi, De Carlo è stato un partigiano della Seconda Guerra Mondiale oltre che un professionista di tutto rispetto, che sostiene da sempre la necessità della partecipazione attiva delle persone nei processi architettonici. E lo fa sia nella teoria sia nella pratica: De Carlo è infatti anche l'editore di Spazio e Società, nonché l'organizzatore della scuola estiva ILAUD. Ha deciso di allontanarsi dallo stile moderno ed internazionale di Le Corbusier, per progettare costruzioni integrate coll'ambiente circostante, attente al sociale, a volte arrivando addirittura a discutere i suoi progetti coi loro fruitori futuri. Qualunque sia stato il suo contributo all'architettura internazionale, il suo contributo ad Urbino è innegabile.
 
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È difficile che una vecchia cittadina sviluppi una nuova personalità, specialmente dopo che l'UNESCO in persona le ha appiccicato l'etichetta di "Patrimonio dell'Umanità", un riconoscimento che nel bene o nel male può limitare il processo di crescita di una città. Tuttavia, gran parte del centro di Urbino è stato ridisegnato dall'architetto Giancarlo De Carlo, a partire dalla fine degli anni '50. Oltre ad essere la città natale di Michelangelo, Urbino vanta un'architettura rinascimentale e un castello, elementi che rendono delicato – e a volte discutibile e discusso - il compito di rimodellarla.
 
Il racconto di due città – Giancarlo De Carlo a Urbino
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