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La comunità italiana degli immigrati cinesi

Da: rome, italy a Prato, Italy
 
La comunità italiana degli immigrati cinesi
 
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Report della missione

Prato ospita una comunità di lavoratori visibili. Estremamente visibili. La comunità cinese è una realtà decisamente riscontrabile, l’invisibilità è un’idea preconcetta che di solito si assimila bene con il carattere "sotterraneo" della cultura cinese in Italia. Ma solo in Italia. Sì, perché in Italia i cinesi (e parliamo di quelli di prima generazione) sono arrivati soltanto con un’idea: il lavoro. L’integrazione è soltanto un problema secondari, della seconda generazione. Dei figli e non dei padri. Prato rappresenta un crocevia abbastanza interessante. Non solo cinesi (che sono comunque la metà di questi immigrati), ma anche rom, nordafricani e immigrati dal sud Italia (a questo proposito, consigliamo di aggiungere alla Travel Bag il libro “Prato China Guida”, a cura di Giacomo Bazzani). L’intolleranza naturale che contraddistingue l’Italia (e ci permettiamo di dire in particolare modo Prato, piccola città ostile) ha reso molto difficile ed estremamente circoscritta un’integrazione razziale e culturale. I media italiani hanno spesso utilizzato le immagini per denunciare e andare contro la comunità cinese. Una videocamera in mezzo a via Pistoiese (la strada, insieme a via Filzi, in cui si è installata e sviluppata la comunità cinese di Prato) ha generato molti problemi e molta rabbia. Viste le esperienze negative coi media, ora non esiste più alcun distinguo da parte della comunità: una videocamera puntata contro è un’arma pericolosa. In inglese riprendere si dice “shoot”, sparare… e per i cinesi di Prato ha esattamente questo significato: bisogna sottrarsi, scappare o attaccare. Anche se in una diversa accezione, l’invisibilità ritorna. Ritorna nelle immagini, o nella loro assenza. Non è stato possibile venire a contatto con nessun abitante cinese di Prato. Non ci è stato permesso nemmeno entrare nei negozi colla videocamera. E non abbiamo trovato alcun luogo di aggregazione reale, perché i locali, le piazze, le vie in questa giornata passata a Prato erano pressoché desolati. Forse a causa dei 35 gradi, o forse perché questi centri si trovano altrove, più nascosti e meno accessibili… Ma forse solo alla videocamera. Perché la videocamera crea effettivamente un vuoto, un nero… Così come a nero sono le interviste di Alex Li (consigliere dell’ACLIC), che nonostante la sua disponibilità, evitava ogni tipo di possibilità di essere “rubato” dalla videocamera. L’integrazione, o la possibile integrazione, di cui saggiamente e con dati alla mano parla Giacomo Bazzani, sembrava, in questa breve esperienza pratese, sparita, assente, ancora una volta invisibile. Oppure più semplicemente non c’è stato dato modo di poterla toccare con mano. E per questo, un po’, ci vogliamo fidare di quelli che invece ne sanno, per esperienza diretta e sulla pelle, più di noi. Mattia Matteucci
 
 

Brief iniziale

Come vivono i lavoratori invisibili?

 
Si dice che questo sarà il Secolo Cinese, il che fa sperare tutti gli immigrati inscatolati nei garage in un aumento di stipendio che li tiri fuori da lì. La città di Prato ospita la più grande comunità cinese d'Italia, che si trova per lo più in Via Pistoiese, nel quartiere San Paolo. Lontanissima rispetto ad una squadra di Kung Fu, la comunità ha dato origine ad un'associazione cino-italiana che cerca di semplificare i processi d'integrazione. Purtroppo, alcuni cambiamenti causati dalla massiccia ondata di immigrazione hanno provocato tensioni nella produzione locale di tessuti. Molti grandi marchi dell'abbigliamento preferiscono acquistare tessuti economici realizzati dalla manodopera cinese – a volte addirittura realizzati in Cina – per poi appiccicarci un'etichetta "Made in Italy", piuttosto che pagare degli stipendi decenti. Nonostante gli italiani siano decisamente orgogliosi del loro "Made in Italy" – che si tratti di abbigliamento, automobili, cantanti lirici o famosi gangster - sono anche portati a risparmiare sulla manodopera. Proprio per questo motivo, la rinnovata industria tessile di Prato, che serve molti nomi dell'alta moda, sta faticando nel fare i conti cogli imprenditori dell'Est, che si avvalgono di un esercito di lavoratori sottopagati, spesso clandestini che dormono a pochi metri dalle loro macchine da cucire. La maggior parte di questi immigrati preferisce vivere in povertà a Prato piuttosto che a Wenzhou, luogo d'origine di molti di loro. E i grandi nomi della moda mettono gioiosamente in commercio magliette da migliaia di euro, con finte etichette "Made in Italy".
 
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Gallery

Si dice che questo sarà il Secolo Cinese, il che fa sperare tutti gli immigrati inscatolati nei garage in un aumento sufficiente a farli uscire da lì. La città di Prato ospita la più grande comunità cinese d'Italia, che si trova per lo più in Via Pistoiese, nel quartiere San Paolo. Purtroppo, alcuni cambiamenti causati dalla massiccia ondata di immigrazione hanno provocato tensioni nella produzione locale di tessuti. Molti grandi marchi dell'abbigliamento preferiscono acquistare tessuti economici realizzati dalla manodopera cinese – a volte addirittura realizzati in Cina – per poi appiccicarci un'etichetta "Made in Italy", piuttosto che pagare degli stipendi decenti.
 
La comunità italiana degli immigrati cinesi
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